Portishead Third.

Chi si ricorda i Portishead?
Si, sono i discepoli dei Talk Talk che, azzardando una fusione a freddo tra trip-hop, beat e folk singing a la Fairport Convention, ci regalarono “Dummy”, uno degli album più sghici degli anni ‘90.

Il secondo disco, “Portishead”, era pure lui caruccio ma mortaccino come tutta l’agonizzante scena trip hop nella sua fase morente.
Quando […]

Chi si ricorda i Portishead?
Si, sono i discepoli dei Talk Talk che, azzardando una fusione a freddo tra trip-hop, beat e folk singing a la Fairport Convention, ci regalarono “Dummy”, uno degli album più sghici degli anni ‘90.

Il secondo disco, “Portishead”, era pure lui caruccio ma mortaccino come tutta l’agonizzante scena trip hop nella sua fase morente.

Quando un musicista è povero in canna scrive cose incazzate o malinconiche.
Quando diventa ricco ti rifila roba di maniera.
Quando gli togli la pagnotta inizia a scrivere roba mortaccina.
Corsi e ricorsi della storia del rock ma anche dell’arte in generale.
Aspetta che la Rowlings ritorni cameriera con le pezze ar culo e vedi che te scrive…

Il problema con “Third” è che arriva 11 anni dopo “Portishead” (come passano gli anni signora mia!) e pare registrato il giorno dopo.
Anche stavolta si tratta di un lavoro stimolante, armonicamente naive come oramai tutto l’udibile, semplice anche se mai scontato.
Tra le reminiscenze new wave di “We carry on”, il folk Hitchcockiano della bella “The rip”, la Coil-iana “Machine gun” e il bizarre a la Kate Bush di “Magic doors” non ti annoia mai.
Purtroppo però niente melodie orecchiabili alla “Glory box” o brani indimenticabili alla “It’s a fire”.
Niente novità eclatanti, niente suoni futuri.
Tutto è fico ma un pò posticcio e un pò scaduto.

Comunque se ad un attento ascolto vi sentite ancora insoddisfatti vi consiglio senza indugi la frequentazione dei Talk Talk di “East of Eden”.
Con i Talk Talk la Gibbons ha non a caso registrato un album solista non troppo tempo fa.

Se invece ciò che vi ammalia è la voce così sottile e concentrata, accattatevi il bellissimo “Liege and Leaf” di Fairport Convention (1969) contenente la strepitosa “Farewell Farewell”, “Tam Lin” e “Crazy Man Michael”.

Insomma quando il presente non vi piace più tanto ricordatevi che avete un passato.

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5 Comments

  1. April 13, 2008 at 10:26 am | Permalink

    rivedo (con le motivazioni) la tua giusta osservazione

    quando un artista crea cose perché ha un motivo per farlo, perché ha qualcosa da dire viene fuori qualcosa di interessante.
    quando lo fa perché il ‘mercato’ lo richiede, viene fuori merda commerciale (guarda caso!)

    e la chiusa: quando il presente non vi soddisfa più, è ora di sbattersi per inventarsi un altro futuro. il passato è dei vecchi.

  2. April 13, 2008 at 11:41 pm | Permalink

    Sai che ti dico Giacuomo… io condividerei il tuo commento sulla chiusa se non pensassi che l’arte, con e dopo il postmoderno, non sia che un disordinato rovistare in un passato recente conosciuto spesso poco e male.
    Una specie di ipertrofia del decoupage.

    Per futuristicheggiare direi che il genio artificieri nell’arte ha brillato da tempo la bomba del futuro.
    Scrissi un post proprio su questo punto: http://www.kaletraforever.com/?p=121

    Riguardo al primo punto hai ragione, spesso è così ma non necessariamente.
    Ci sono quelli che, dominando il mercato, hanno saputo fare cose meravigliose (Prince, i Beatles, Led Zeppelin, Hendrix, Jefferson Airplane…), altri che invece, pur essendo personalmente molto motivati, hanno prodotto cose esteticamente irrilevanti (Syd Barrett ad esempio).
    E questo vale per il mondo dell’arte in generale… prendi boh…. il cinema.
    Gente come Wertmuller ha fatto film commerciali e allo stesso tempo splendidi; gente come Morrissey ha fatto film anticommerciali che facevano sinceramente cagare. (Poi a me nello specifico piacciono ma vabbè…)

    Insomma io non ci vedo nessuna regola di necessità…

  3. April 14, 2008 at 7:37 am | Permalink

    ok. diciamo… non una regola esatta, ma una buona indicazione. è chiaro anche che ‘l’essere ben motivato’ non significa che hai le doti per estrarre in maniera significativa, interessante, comunicativa i buoni pensieri che hai dentro. è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
    d’altro canto, non è detto che gli artisti che hai segnalato si fossero parimenti fatti incastrare da dinamiche di mercato, nonostante fossero nella posizione più giusta per finirci legati mani e piedi.
    http://scrittidigetto.blogspot.com/2008/02/felice.html per rispondere al post che mi hai segnalato…
    e riguardo l’atteggiamento dell’arte di.. *ehm* avanguardia, temo di essere d’accordo, per questo ho deciso di rimboccarmi le maniche assieme al http://www.netfuturismo.it
    chiudo con un vecchio aforisma (di cui non ricordo la fonte) che recita ‘quando la massa apprezza le tue idee, vuol dire che è ora di cambiarle’ al quale rispondo ‘dipende dalla qualità della massa’, certo che negli ultimi cinque o sei millenni è sempre stato così, ma non è detto che in futuro…

  4. April 14, 2008 at 6:18 pm | Permalink

    Si si ho leggiucchiato netfuturismo che ho conosciuto attraverso il tuo blog.
    Un blog che leggo con molto piacere devo dire… devo ricordarmi di linkarti a proposito.

    Io sono idrofobo per tutti gli ismi a parte l’ismo di futurismo dunque, benchè ti possa sembrare curioso, abbiamo una certa convergenza di vedute.
    Se ti dovessi citare alcuni tra i miei film italiani preferiti ti citerei Escoriandoli di Antonio Rezza, Ratapataplan di Nichetti e Nostra signora dei turchi di Bene.
    Il che mi autorizza a ritenermi una finocchia siero-futurista con forti tendenze anarchiche.

    Ti faccio anche io una citazione che nel mio caso nun vor di un cazzo:
    “La parola oggi vuole viaggiare sull’avantreno del cannone con in testa il berretto di piume arancioni dell’incendio.”
    A Majakovskij ste cazzate glie vengono molto meglio che a me no?

  5. April 15, 2008 at 8:20 am | Permalink

    quella cosa degli anti-ismi l’ho sentita dire tante volte. più o meno tante quante la gente si ferma alle etichette senza approfondire i concetti o tante quante le volte in cui qualche pseudointellettuale parolaio ha pensato che mettere ismo alla fine di qualcosa senza valore lo rendesse figo e vendibile più della morte dell’inetto che lo aveva prodotto.
    son sicuro che abbiamo convergenze di vedute: leggo il tuo blog! non su tutto, chiaro, altrimenti non lo leggerei (leggerei solo il mio se volessi vedere solo cose in perfetto accordo!)
    guarderò i film che hai segnalato. di majakovskij non so molto, mi interesso del futurismo italiano (storicamente) e del netfuturismo italiano. già è complicato capirsi da trieste in giù, di cosa passa per la testa ai russi non riesco proprio a farmene un’idea.
    una delle cose che ci è particolarmente chiara è che il mercato dell’arte commerciale e colta è a punta, ovvero pochi fanno molto (prodotti, stronzate e soldi!). un’altra di queste cose altrettanto chiare è che questo non ci piace. vorremmo utilizzare i mezzi autonomi(anarchici) come la rete per trasformare l’assetto del mercato in modo da ridistribuirlo su un maggior numero di impegnatidarte, tra l’altro perché le richieste di mercato ne uccidono la fragranza.
    è come un rapporto di coppia (dico io): lei fa di tutto per cambiarti e tu di tutto per accontentarla. quando ormai le dai solo quello che vuole, lei stanca e priva di novità e imprevisto ti lascia per uno che la picchia e la bestemmia. facile capirlo nei rapporti di coppia, perché non altrettanto facile per il mondo dell’arte? lo share è un magnaccia.

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